Home Novella CucinaFood/TravelDalla Toscana con piacere – Le tante vite del cacciucco
cucina 02 cacciucco

Dalla Toscana con piacere – Le tante vite del cacciucco

Le tavole toscane affrontano un cambiamento epocale per la zuppa di pesce più amata, tra specie che scompaiono e nuovi protagonisti che arrivano dal mare

Da Redazione Novella Cucina

di Marco Gemelli

Cambiano i mari, cambiano i piatti. Sia nella variante livornese che viareggina, il cacciucco – piatto simbolo della cucina di mare toscana – sta vivendo negli ultimi anni una silenziosa ma significativa trasformazione.

Nato come zuppa dei pescatori, è capace di valorizzare il pescato povero e meno nobile. Quello brutto ma buono, in generale: scorfano, tracina, cappone (rana pescatrice), pesce prete e pesce ragno. A essi si aggiungono polpo, seppie, calamari e moscardini, nonché talvolta crostacei come mazzancolle o gamberi.

In ogni caso, si dice che nel cacciucco ci vogliano almeno cinque tipi di pesce diversi, e da qui il gioco linguistico delle cinque “C” della parola “cacciucco”. Già da qui si vede come il cacciucco abbia sempre avuto una ricetta flessibile, adattata alle disponibilità stagionali del mare.

Non a caso il nome potrebbe derivare dal turco “kaçuk” (piccolo, minuto), a ricordare i pesci di scarto con cui veniva preparato. Ma lo stesso termine può indicare anche il mescolamento. E oggi questa elasticità si rivela più attuale che mai, perché le dinamiche ambientali e biologiche stanno modificando in profondità il volto del Mediterraneo.

Non stupisce, quindi, che ora – in piena epoca di cambiamenti climatici e nuove dinamiche marine – stia vivendo una nuova fase della sua storia.

La novità più visibile si chiama granchio blu: questo crostaceo, arrivato dal continente americano e diffusosi a macchia d’olio nel Mediterraneo, è ormai protagonista delle cronache ittiche. La sua comparsa ha offerto nuove opportunità culinarie, perché da ‘nemico’ della pesca tradizionale si sta lentamente trasformando in risorsa: la sua carne, saporita e delicata, si inserisce perfettamente in un piatto che ha sempre premiato l’uso del pescato disponibile.

Nonostante sia percepito come una minaccia per l’ecosistema e per i pescatori locali, il suo utilizzo in cucina sta diventando una strategia di adattamento: e così, come emerso di recente nel corso dell’ultima edizione del “Cacciucco Pride”, in alcune trattorie e ristoranti di Livorno comincia a comparire una variante della zuppa con il granchio blu, un’integrazione che non tradisce la natura del cacciucco ma anzi la rafforza, ricordando che questo piatto è nato dall’adattamento.

Se da un lato il mare offre nuovi ingredienti, dall’altro ne sottrae alcuni storici. Gli squalidi – gattuccio e palombo in primis – un tempo immancabili nella ricetta, sono oggi specie in via d’estinzione a causa dell’eccessivo sfruttamento e dell’impoverimento delle riserve marine.

La loro progressiva scomparsa pone una sfida delicata: le normative ne limitano fortemente la cattura, e la coscienza ecologica dei cuochi toscani fa il resto.

In altre parole, il cacciucco di domani non potrà più contare su quegli “umili” pesci che contribuivano a dargli struttura e profondità di sapore.

Il risultato è un cacciucco che cambia pelle, specchio delle trasformazioni ambientali e sociali.

Se da un lato si arricchisce di nuovi protagonisti come il granchio blu, dall’altro deve rinunciare a presenze storiche ormai rare. La tradizione, tuttavia, non ne esce snaturata: proprio la capacità di adattarsi alle mutevoli condizioni del mare è ciò che ha reso il cacciucco vivo e autentico nei secoli. In questa continua evoluzione, la zuppa toscana rimane così un racconto fedele del rapporto, talvolta complesso, tra l’uomo e il mare.

Ciò vale per entrambe le versioni: che sia la variante livornese (sapore più deciso, intenso e piccante, con più pesci da scoglio e pomodoro) o quella viareggina (più delicata, con pesci di fango, pane non agliato e meno pomodoro). Proprio in questa trasformazione risiede la forza del piatto, perché in fondo il cacciucco è lo specchio fedele del mare davanti alla costa toscana: quando i fondali cambiavano, cambiava anche la ricetta.

Il Mediterraneo si riempie di nuove specie e ne perde altre e la zuppa segue lo stesso destino. Il cacciucco che troveremo sulle tavole nei prossimi anni, dunque, sarà diverso da quello che ricordiamo, ma altrettanto vero. Un piatto che continua a parlarci di tradizione proprio attraverso la sua evoluzione.

Lo sanno bene gli chef del territorio: «Il soffritto di cipolla, salvia e peperoncino rimane ancora d’obbligo – spiega Deborah Corsi (La Perla del Mare a San Vicenzo, Livorno) – come i polpi e le seppie a pezzi messi in cottura lenta ad intenerire. Al posto del palombo io metto la rana pescatrice e/o filetti di cappone gallinella e triglia di buona taglia. Rimane ferma l’aggiunta di concentrato di pomodoro acqua e vino rosso. A fine cottura si mettono, come sempre, le cozze».

«Visto che il cacciucco lo definisco un piatto “infinito” – aggiunge Daniele Zazzeri della Pineta (Marina di Bibbona, Livorno) – è giusto sostituire quelle specie a rischio estinzione, come gli squalidi, con altre che magari abbondano di più nei nostri mari. Usando a volte il granchio blu che è molto buono e saporito, ne abbiamo due benefici, ne riduciamo lo sviluppo incontrastato e insaporiamo le nostre preparazioni. Per un cacciucco che si possa comunque chiamare tale l’importante è rispettare il fatto che ci siano pomodoro, aglio, peperoncino, seppia e polpo».

Leggi anche: Le antiche tradizioni sicule che profumano di ricordi
Seguite Novella Cucina anche su: FacebookInstagram e X

Potrebbe anche piacerti

error: Il contenuto è protetto!!