Vero anche che la filiera del vino, così come le radici si estendono nel terreno, lei si sviluppa sul territorio coinvolgendo luoghi e figure che lo rappresentano e ne divulgano il suo fascino. Dalla cantina alla distribuzione arriva nelle enoteche, ristoranti e luoghi accoglienti dove il vino è l’occasione di convivialità e calore, dove famiglia e amici si sentono come a casa.
Le stagioni si rinnovano e le vendemmie regalano frutti diversi e unici di vini che nascono e viaggiano nel mondo, ognuno racchiude in sé tradizione e qualità. Il vino è fatto di persone ed emozioni, così come quando si gira per città respirando cultura ed arte, si può fare turismo del vino immergendosi in un territorio e nelle sue radici profonde. Camminare tra filari e vigneti, sentire la terra con le mani prendere un acino dalla vite e respirare il profumo delle stagioni riconoscerne i colori, entrare nel vivo del territorio dalla vigna ai produttori della terra che per gusto e profumi si abbinano con il succo divino, seduti magari in un borghetto medievale avvolto dal folclore della sua storia di cavaliere o un ex monastero accompagnati dagli intrighi dei monaci o in un parco naturale immerso tra fiori e uccelli e stuzzicati dal profumo del BBQ.
La novella del tuo fascino e versatilità può essere narrata in modi originali e tradizionali che in egual modo coinvolgono; dal produttore al distributore, venditore o ristoratore o semplicemente intrattenendoti in qualche banco di assaggio o degustazione in enoteca hai l’opportunità di conoscere qualcuno che ha contribuito alla creazione della ammaliante bevanda che ondeggia nel tuo bicchiere di cui assapori ogni sorso accompagnato a volte da una musica di sottofondo.
Questo accade all’enoteca di Milano A&Co dove ogni mese incontri personaggi curiosi che grazie al loro patos ed energia ascolti incantato le storie legate alla tradizione del vino.
Monica Ippoliti area manager di una delle più importanti cantine delle Marche, grazie alla sua simpatia e grande carica emotiva ci racconta la storia, “non devi essere un enologo per avere la passione del vino a volte arriva per caso”, mamma quasi astemia inizia casualmente un corso di sommelier e diventa la manager della distribuzione di vini di una delle più grandi Cantine marchigiane, “Umani Ronchi” prima cantina del territorio che nasce nei primi anni 50, ci fa immergere nei racconti rendendoli così vividi che mentre degusti i loro vini ti sembra di essere nelle marche tra le colline di Jesi o nel Conero fronte mare.
O Mario Schioppetto, fondatore dello “Schioppetto o Tocai friulano”, vino che oggi può essere chiamato solo Tocai friulano a causa di una mossa ardita dell’Ungheria che ha rivendicato il nome in quanto legato alla loro regione Tokaj. Mario un personaggio, oggi maestro e mentore di tanti giovani vignaioli, inizialmente pompiere e poi camionista a cui piaceva viaggiare, poi per un lutto familiare si avvicina al vino, gestendo l’osteria dei suoi genitori ed iniziando a gestire la vigna della curia, che in seguito gli fu donata, sperimentando nuovi metodi di produzione del vino.
Se volessimo andare alla scoperta di vitigni antichi a volte dimenticati e perdere i sensi tra i vini friulani, l’incontro scontro tra schioppetto e schioppettino è divertente e suggestivo, vitigni della stessa terra due origini diverse entrambi con una beva stimolante, il primo “Tocai friulano”, storico vitigno del Collio Goriziano, vino fermo dal colore giallo paglierino con sentori di frutta matura e note mandorlate entra in bocca dinamico creando un equilibrio di grande qualità e personalità, si abbina con antipasti caldi di pesce, spaghetti alle vongole, o con piatti orientali come Sushi-sashim; il secondo uva autoctona, così chiamata per lo schioppettare del suo acino così croccante, a bacca rossa, vino fermo roso rubino concentrato alla vista, con un bouquet di rosa, lampone e confettura di amarena dai sentori balsamici e speziati, al sorso è morbido e caldo con una buona freschezza si abbina con carni non troppo speziate, verdure e minestre friulane o formaggi come il tradizionale frico.
Di Alessandra Sola
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